Colombia, gli indigeni abbattono la statua del conquistador. “Rappresenta cinque secoli di genocidio e schiavitù”

Colombia, gli indigeni abbattono la statua del conquistador. “Rappresenta cinque secoli di genocidio e schiavitù”

Divisi in piccoli gruppi, armati di corde e rampini, gli indigeni della tribù Misak si avvicinano a una delle piazzette di Popayán, capoluogo del Dipartimento del Cauca, sudovest della Colombia. Hanno studiato il piano per giorni e adesso lo mettono in pratica. Al centro della piazza spicca l’obiettivo: il monumento dedicato a Sebastián de Belalcázar, uno dei conquistadores più odiati dalle antiche popolazioni che vivevano nell’allora Alto Perú. Sono decenni che la sua figura, in sella a un cavallo, l’armatura che lo protegge dalle frecce e dalla lance degli indigeni, domina questo quartiere di Popayán. La conoscono tutti ma nessuno ci fa più caso. Fa parte del paesaggio. Gli indigeni Misak lo odiano. Lo ritengono responsabile, come diranno in seguito, dello sterminio del loro popolo. “Rappresenta 5 secoli di genocidio e schiavitù”, aggiungeranno.

Vogliono abbattere quel simbolo. Altri lo hanno fatto negli Usa, durante la proteste per la morte di George Floyd, hanno proseguito in Europa. Così, nel massimo silenzio lanciano le corde sulla statua, qualcuno sale in cima, le stringe bene al collo del cavallo e alla testa del condottiero e iniziano a tirare. La statua crolla a terra, spezza il capo di Sebastián e rotola verso le scalette in pietra che sorgono vicino. A quel punto gli indigeni iniziano a gridare e a danzare. L’obiettivo è stato raggiuto. Anche qui, sull’onda del movimento Black Lives Matter che i Misak hanno seguito in tv durante le sommosse. La polizia ha registrato l’azione tramite le camere di sorveglianza e ha già proceduto a individuare i responsabili. Il sindaco di Popayán ha condannato il gesto: lo considera un “atto di violenza nei confronti del simbolo di una città multiculturale”. 

La pensano diversamente i discendenti di questa tribù che affollava nel XV secolo le terre che oggi sono la Colombia e l’Ecuador. Sebastián de Belalcázar era il primo capitano di Francisco Pizarro, l’avventuriero che per conto del Regno di Castiglia conquistò le regioni meridionali del Continente latinoamericano. Tra queste il Perú, cuore dell’Impero incaico governato da due fratelli che si contendevano il potere. Pizarro giocò proprio sulla loro rivalità, sfociata in una guerra civile, per ingannare il più forte militarmente, Atahualpa, con cui prima fece finta di allearsi e poi tradì quando il giovane sovrano incontrò gli spagnoli con una piccola delegazione disarmata. Ci fu un confronto che si concluse con l’attacco a sorpresa di Pizarro. Nonostante avesse meno soldati delle potenti schiere armate di Atahualpa, il condottiero riuscì a sopraffarlo e a ucciderlo. La sua morte segna la fine del più grande impero dell’America Latina. 

Mentre Pizarro occupava l’attuale Perú, Sebastián de Belalcázar si dirigeva a nord conquistando parte della Colombia e l’Ecuador dove avrebbe poi fondato la capitale, Quito. Era il 1537. Pochi mesi dopo il capitano disertò e con i suoi fedelissimi si mise in marcia alla ricerca delle favolose ricchezze di cui si diceva fosse pieno il Continente. Vagò da una terra all’altra e come tanti altri conquistadores puntò a scoprire la città di El Dorado, una città nascosta e mai trovata che la leggenda sosteneva brillasse per i suoi palazzi tutti d’oro. Neanche lui la scoprì. Ma nelle sue incursioni si distinse per le stragi commesse tra le tribù indigene molte delle quali ridotte in schiavitù. Colpe che i Misak gli rimproverano da sempre e che adesso gli hanno fatto pagare distruggendo la statua che lo immortalava in sella al suo cavallo.



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