Dai babytroll di Trump allo sciopero delle star: i guai di Zuckerberg su AmericaCina

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Mercoledì 16 settembre

editorialista di Marilisa Palumbo
I troll ci sono ancora, così come i tentativi di interferenza di Mosca nelle elezioni americane. Ma il virus della disinformazione viaggia anche attraverso persone in carne e ossa, come gli adolescenti coordinati dalla giovane star dei repubblicani Charlie Kirk, impegnati in una campagna per diffondere falsità sui social. Facebook & Co. non riescono a parare queste offensive, come non sembrano in grado di gestire l’odio che circola in Rete. In un sondaggio tra i giovani adulti americani il 56% dei partecipanti dice di aver visto simboli nazisti sui social media o nei messaggi scambiati all’interno delle proprie comunità. Contro «l’odio per il profitto» si mobilitano oggi star e persone comuni, oscurando per 24 ore i loro account.

Dodici milioni di dollari sono tantissimi: ma cosa sono in confronto a una vita umana? Il risarcimento alla famiglia di Breonna Taylor, uccisa per sbaglio dalla polizia, è un primo passo, ma serviranno riforme, e l’incriminazione dei responsabili (che non è ancora arrivata) per poter parlare di giustizia.

Buona lettura.

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1. Charlie Kirk e l’esercito di adolescenti della fabbrica (trumpiana) di fake news
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Un incontro di Charlie Kirk con gli studenti della Ohio State University di Columbus nell’ottobre scorso
editorialista
di Massimo Gaggi
da New York

Quattro anni fa Facebook e le altre reti sociali si fecero involontariamente megafono di attacchi elettorali basati su disinformazione e calunnie, diffuse dagli hacker della Internet Research Agency di San Pietroburgo, collegati ai servizi segreti russi o da «cani sciolti», come un gruppo di ragazzi macedoni, che avevano trovato il modo di fare soldi insultando Hillary Clinton. Da allora i social network hanno predisposto una serie di barriere elettroniche per cercare di evitare il ripetersi di questi attacchi dall’esterno. Nei giorni scorsi l’FBI ha scoperto nuove trame di provenienza russa che l’amministrazione Trump ha minimizzato: preferisce puntare i riflettori contro Pechino anziché contro Mosca, ma comunque al momento non ci sono prove di un’offensiva massiccia, anche se i federali ritengono che quella che hanno scoperto sia solo la punta dell’iceberg.

Ora, però, emerge un altro caso di disinformazione di portata più vasta: ondate di post nei quali si sostiene, ad esempio, che i dati sulle vittime da coronavirus sono gonfiati, o che il voto postale è una truffa come dimostrerebbe il fatto che nelle ultime quattro elezioni sarebbero andate smarrite 28 milioni di schede inviate per posta (informazione priva di fondamento secondo fonti ufficiali).

A differenza di quanto accaduto quattro anni fa, però, stavolta a diffondere le false notizie in rete non sono stati dei robot che fingono di essere utenti in carne ed ossa, ma un esercito di ragazzi, spesso minorenni, assoldati da Turning Point Action, braccio operativo di Turning Point USA, un’associazione di giovani repubblicani basata a Phoenix, in Arizona e diretta da Charlie Kirk, un attivista molto vicino a Donald Trump, ripreso più volte a fianco del presidente.

Una vicenda imbarazzante per i repubblicani che avevano affidato proprio a Kirk il discorso di apertura della recente convention del partito (…) Scoperta, l’organizzazione dei giovani repubblicani si è difesa sostenendo che quello denunciato dalla stampa è solo un caso di «genuino attivismo politico di gente in carne ed ossa». Per gli analisti è, invece, la prova che quest’anno le tecniche «russe» di manipolazione della campagna sono state adottate da soggetti interni che possono usarle su larga scala aggirando le barriere erette dai social media contro gli attacchi stranieri (qui l’articolo completo).

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2. E Zuckerberg ha un’altra grana: lo sciopero delle star sui social contro l’«hate speech»
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Il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg testimonia nel corso di una audizione al Congresso nel luglio scorso
editorialista
di Irene Soave

Sarà probabilmente sempre più difficile, anche per i meno politicizzati nel grande pubblico, ignorare il ruolo di Facebook — e quindi di WhatsApp e Instagram — nella diffusione di contenuti politici diffamatori, manipolati o falsi: nelle ultime ore, e fino a domani stanno «scioperando» sui social e non postando nulla star come Leonardo Di Caprio e Kate Perry, marchi come Adidas e Ford, e persino una celebrità che sui social ci è praticamente nata, come Kim Kardashian. La campagna si intitola «Stop Hate for Profit» (l’hashtag collegato è #StopHateForProfit), e si riferisce alla policy di Facebook & co., difesa più volte dal fondatore Mark Zuckerberg, di non fare del social «un arbitro della verità» e di non censurare né marchiare i contenuti falsi che gli utenti diffondono sulle loro bacheche.

Una politica che, secondo i suoi detrattori, consente campagne politiche efficacissime ma scorrette, di cui si sarebbero avvantaggiati negli ultimi anni soprattutto i leader populisti di tutto il mondo (e controversi sono anche i rapporti di Zuckerberg direttamente con Donald Trump). «Adoro poter stare in contatto con voi su Instagram e Facebook», ha postato Kim Kardashian poche ore fa, «ma non posso stare seduta e zitta mentre queste piattaforme continuano a permettere il diffondersi di odio, propaganda e disinformazione creati da gruppi che seminano zizzania e dividono l’America, solo per poi tirarsi indietro quando ci scappa il morto. La disinformazione ha un forte impatto sulle nostre elezioni e mina la nostra democrazia».

Già a giugno grandi marchi come Coca Cola e Unilever — più spesso oggetto che soggetto di boicottaggi — avevano lanciato uno sciopero della pubblicità: in pochi giorni Facebook aveva perso più di 7 miliardi di dollari in investimenti pubblicitari da questi marchi, che li avevano sospesi per un mese. La protesta contro le campagne politiche sleali, dunque, è sempre più mainstream. Funzionerà?

3. Risarcimento record per Breonna, ma la ricerca di giustizia non finisce qui
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La mamma di Breonna Taylor, Tamika Palmer, durante la conferenza stampa di ieri a Louisville, Kentucky
editorialista
di Viviana Mazza

La città di Louisville, in Kentucky, risarcirà la famiglia di Breonna Taylor, infermiera afroamericana di 26 anni uccisa dalla polizia il 13 marzo nel suo appartamento, pagando 12 milioni di dollari, una delle cifre più alte mai versate in casi simili. In questi mesi Breonna è diventata un simbolo della giustizia negata ai neri — in particolare alle donne nere — uccisi dalla polizia. Il suo nome è stato ripetuto insieme a quello di George Floyd alle manifestazioni contro il razzismo, sui social è stato accompagnato dall’hashtag #SayHerName. La pittrice Amy Sherald, la stessa che ha ritratto Michelle Obama per la National Portrait Gallery, ha dedicato a Breonna un dipinto apparso anche sulla copertina di Vanity Fair.

I famigliari hanno sottolineato che il pagamento di 12 milioni di dollari non chiude la loro ricerca di giustizia: vogliono l’arresto degli agenti coinvolti nella morte di Breonna. Uno di loro, Brett Hankinson, è stato licenziato a giugno, gli altri due sono stati sospesi durante l’inchiesta, e dovrebbe arrivare presto la decisione del Grand Jury se incriminarli o meno. Il capo della polizia è invece stato licenziato dopo un’altra sparatoria a Louisville, in cui è morto un uomo afroamericano.

Non è la prima volta che una città risarcisce vittime di violenza della polizia. Accadde a Cleveland: 6 milioni di dollari per il 12enne Tamir Rice, dopo che la polizia confuse la sua pistola giocattolo con una vera; in Minnesota: 3 milioni alla famiglia di Philando Castile, ucciso in auto davanti alla moglie e alla figlia di 4 anni; 1 milione e mezzo per Michael Brown a Ferguson. Oltre al denaro, la città di Louisville ha acconsentito a portare avanti una serie di riforme della polizia, inclusa la necessità che i mandati di perquisizione siano approvati da un agente esperto. Inoltre verranno introdotti incentivi fiscali per i poliziotti che si trasferiscono a vivere nei quartieri più poveri che pattugliano per lavoro, per aumentare il rapporto e la fiducia con le comunità.

Nella notte del 13 marzo i tre agenti in borghese che fecero irruzione a casa di Breonna avevano con sé un “no-knock warrant”, mandato d’arresto che non richiede di bussare e identificarsi. Era un’operazione anti-droga legata a un ex fidanzato della donna, già arrestato e che viveva altrove; sospettavano avesse inviato sostanze illegali a quell’indirizzo, ma non sono state trovate. Il compagno di Breonna, a letto con lei, aveva un regolare porto d’armi, ha chiamato il 911 pensando che qualcuno li stesse derubando, ha sparato. Un agente è rimasto ferito, gli altri hanno risposto con più di 25 colpi, otto dei quali hanno colpito e ucciso Breonna. Il consiglio municipale di Louisville ha votato all’unanimità per bandire i «no-knock warrants», e una legge che li proibirebbe a livello nazionale è ora in discussione al Congresso.

4. Sondaggio choc: quasi due terzi degli americani tra i 18 e i 39 anni ignora l’Olocausto
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Un gruppo di visitatori ascolta le spiegazioni della guida ad Auschwitz
editorialista
di Monica Ricci Sargentini

Il dato è agghiacciante: il 63% dei giovani americani ignora che sei milioni di ebrei furono uccisi durante l’Olocausto. Peggio ancora: uno su dieci crede che la Shoah sia stata provocata dagli ebrei stessi. Lo rivela un sondaggio, condotto per la prima volta in tutti e 50 gli Stati americani, sui millennials e la generazione Z, vale a dire le persone tra i 18 e i 38 anni. Il 23% degli interpellati, racconta il Guardian, ha detto di credere che l’Olocausto sia un mito o che, come minimo, sia stato ingigantito. Il 12% non ha mai sentito parlare del più grande crimine compiuto nel XX secolo.

Sono dati che testimoniano come il negazionismo e l’antisemitismo siano diffusi negli Stati Uniti. Il 56% dei partecipanti ha detto di aver visto simboli nazisti sui social media o nei messaggi scambiati all’interno delle proprie comunità. Un fenomeno che si sta diffondendo silenziosamente anche nel nostro Paese. «Questo sondaggio evidenzia come i sopravvissuti all’Olocausto debbano continuare a raccontare le loro storie» ha spiegato Gideon Taylor, presidente della Conference on Jewish Material Claims Against Germany (Claims Conference) che ha commissionato la ricerca. Ricordare l’orrore perché non si ripeta. La Giornata della Memoria, che si celebra in tutto il mondo il 27 gennaio di ogni anno, assume ancora più importanza. Mai come oggi abbiamo bisogno di Storia.

5. Taccuino militare: il caccia segreto della Difesa Usa
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Il progetto della Boeing per il nuovo aereo da combattimento: non sappiamo se il jet misterioso sia simile a questo
editorialista
di Guido Olimpio

Aerei misteriosi. L’Us Air Force ha già sviluppato e fatto volare un nuovo caccia, un velivolo dalle prestazioni elevate. Lo ha rivelato a Defense News un alto funzionario del Pentagono senza però diffondere immagini o dettagli di un sistema top secret. L’annuncio ha ovviamente innescato ipotesi e speculazioni da parte degli esperti sulla nuova «creazione» legata al progetto New Generation Air Dominance, un’iniziativa alla quale hanno partecipato alcune industrie aeronautiche. Qualcuno – come The Aviationist ha ricordato gli avvistamenti di jet in Kansas e Texas, episodi registrati da foto sfocate dove appare un mezzo la cui forma ricorda la punta di una freccia.

E a proposito di armi particolari in Russia si torna a parlare del Barguzin, la nuova versione del treno lanciamissili nucleari. Mosca sta sviluppando una nuova versione: su ogni convoglio sono ospitati almeno 3 vettori intercontinentali, chiusi dentro vagoni mimetizzati.

La foto del giorno
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Il tramonto ieri a New York

(Monica Ricci Sargentini) La California brucia così tanto che il fumo, creato dagli incendi, ha raggiunto persino la costa Est. Il meteorologo Matt Benz di AccuWeather ha dichiarato a Usa Today che chiunque abiti al nord di una linea immaginaria che va dalla California a Norfolk in Virginia, passando per St Louis, potrà vedere il cielo annerito da quelle che sembrano nuvole nere mentre le aree a sud della linea saranno salvate dal vento che arriva dal Golfo del Messico. «È incredibile che il fumo abbia viaggiato per migliaia di chilometri fino a raggiungere l’Est, sembrano nuvole ma non lo sono. E ce le teniamo fino a che non cambia il meteo» ha spiegato Benz. Per fortuna il fumo che ha raggiunto la costa Est è molto alto e non danneggia i polmoni della popolazione ma ad Ovest la situazione è molto diversa: sono già 220mila le persone che hanno dovuto lasciare le proprie case in California, Oregon e Washington.

6. Trump voleva uccidere Assad
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Il presidente siriano Bashar Assad, 55 anni, in carica dal 2000

(Guido Olimpio) Donald Trump voleva uccidere il leader siriano Bashar Assad dopo l’attacco con le armi chimiche del 2017. Ma ha incontrato l’opposizione dell’allora segretario alla Difesa, Jim Mattis. E ha rinunciato. È stato lo stesso presidente a rivelarlo sugli schermi di Fox News. Tre cose:

  1. La storia era già emersa nel 2018, ma lui l’aveva negata.
  2. È la conferma del ruolo dell’ex generale dei marines, intervenuto spesso per correggere le sparate del suo boss. Un rapporto difficile che si è chiuso con le dimissioni del ministro.
  3. C’è la doppia narrazione. The Donald vuole finire con le campagne in Iraq e Afghanistan, accusa i militari di remare contro insieme alla lobby delle armi ma non può rinunciare al suo ruolo di leader capace di azioni risolute.

P.S. l’appoggio che non ti aspetti: il padrino messicano El Chapo – dice uno dei suoi legali – ha simpatia per Trump perché è stato duro nel contrastare i terroristi.

7. Pechino avverte: i giochi di guerra attorno a Taiwan un segnale all’isola (e all’Occidente)
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Tsai Ing-wen (al centro) in visita a una base missilistica a nord di Taiwan l’11 settembre scorso. La presidente ha ringraziato i soldati e li ha spronati a «non cedere di un millimetro» nella difesa della sovranità di Taiwan
editorialista
di Paolo Salom

Giochi di guerra di fronte alle coste di Taiwan. Nei giorni scorsi la Cina continentale ha mostrato i muscoli mettendo in scena l’invasione dell’«isola ribelle», mobilitando la Marina, l’esercito e l’aviazione in un movimento concertato che ha fatto scattare il massimo allarme tra i «fratelli separati» sin dalla fuga di Chiang Kai-shek sconfitto da Mao nel 1949.

In più occasioni i jet da combattimento della Repubblica Popolare hanno sconfinato, costringendo i taiwanesi a far decollare i propri F-16, con il rischio di scatenare uno scontro armato reale. Su Twitter è girato persino un filmato che mostrava un bombardiere cinese caduto tra le case, attribuendo a Taiwan la responsabilità dell’abbattimento: in realtà il jet aveva avuto una semplice avaria ed era caduto, senza far vittime, nella provincia del Guangxi, dunque lontano da Taiwan. Un segnale tuttavia di come la situazione possa facilmente sfuggire di mano.

Anche perché le autorità di Pechino hanno apertamente dichiarato che il fine delle esercitazioni militari nello Stretto di Taiwan era proprio quello di «dimostrare agli elementi separatisti dell’isola la nostra granitica volontà di tutelare l’unità nazionale e recuperare ogni territorio, non importa a quali costi», come ha dichiarato oggi Ma Xiaoguang, portavoce dell’Ufficio per gli Affari di Taiwan.

Un avvertimento che la presidente taiwanese Tsai Ing-wen, esponente del Partito progressista democratico (a differenza dei nazionalisti del Kuomintang persegue l’indipendenza formale dalla Cina), da poco rieletta, prende sul serio: «Le manovre di Pechino — è stata la risposta ufficiale di Taipei — sono una pericolosa provocazione e mettono a rischio la pace e la stabilità dell’intera regione. Chiediamo alla Comunità internazionale di fare sentire la sua voce». Generalmente le manovre militari ai confini di blocchi contrapposti, accade spesso in Europa tra Occidente e Russia, sono presentate non per quello che sono, ovvero dimostrazioni di forza con fini specifici di deterrenza, ma vengono vendute per semplici esercitazioni che nulla hanno a che fare con la controparte. In questo caso, Pechino ha pubblicamente ammesso la natura «aggressiva» dei movimenti militari concertati per far capire a Taiwan (sempre che ci fosse sull’isola un dubbio al proposito) che i rapporti diplomatici di giorno in giorno più «aperti» e formali con l’Occidente devono cessare. Altrimenti…

8. Se i jihadisti scoprono i bitcoin: il maxi sequestro di agosto
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editorialista
di Marta Serafini

Il 13 agosto 2020, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha annunciato di aver sequestrato 2 milioni di dollari in Bitcoin e altri tipi di criptovaluta dai conti di tre gruppi estremisti salafiti-jihadisti, tra cui al Qaeda e lo Stato islamico. Il denaro si muoveva attraverso 300 account, quattro siti Web e quattro pagine Facebook, tutti relativi a organizzazioni militanti sunniti-jihadisti. Si tratta del più grande sequestro di criptovaluta da parte delle agenzie di intelligence statunitensi a gruppi terroristici. Prima di “padroneggiare” la complessa tecnologia per raccogliere fondi bitcoin nel cyberspazio, i jihadisti dell’Asia centrale usavano, come tutti gli altri gruppi, il semplice sistema di trasferimento di denaro “hawala” ( sistema informale di rimesse tramite mediatori di denaro). Con lo sviluppo delle criptovalute, hanno iniziato attivamente a sfruttare questo innovativo sistema di transazioni finanziarie per supportare i loro attacchi e altre attività terroristiche.

Come spiega questo articolo, dal 2018 i gruppi militanti uzbeki e uiguri KTJ, KIB e TIP hanno avviato una campagna per raccogliere fondi in bitcoin. Il 18 giugno 2020, i militanti del KTJ hanno pubblicato su Telegram l’opinione del noto ideologo del jihadismo moderno Abu Qatada al-Falastini al quale hanno chiesto se la campagna di crowdfunding di Bitcoin contraddica l’Islam. Abu Qatada da un punto di vista religioso ha giustificato l’utilizzo di Bitcoin per proteggere l’Ummah islamica e condurre una santa Jihad, ma allo stesso tempo ha messo in guardia contro la piena fiducia in Bitcoin. Secondo lui, i nemici dell’Islam possono distruggere questa criptovaluta in futuro, e se perde il suo valore attuale, allora i musulmani devoti che hanno investito i loro risparmi in Bitcoin potrebbero andare in bancarotta.

I governi dell’Asia centrale non dispongono di meccanismi e leva sufficienti per combattere le transazioni illegali di criptovaluta sul dark web da parte dei movimenti salafiti-jihadisti globali. Di conseguenza, i governi dell’Asia centrale devono fare affidamento su Mosca, ma anche cooperare attivamente con l’antiterrorismo e le istituzioni finanziarie occidentali per interrompere le fonti esterne di crowdfunding crittografico dei gruppi salafita-jihadisti.

9. La Cina accelera sui binari dell’alt(issima) velocità
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I binari per i treni a levitazione magnetica in costruzione a Qingyuan City, nella provincia cinese del Guangdong

(Paolo Salom) Treni che viaggiano a 600 chilometri l’ora, avvicinando città distanti come fossero una la periferia dell’altra. Mentre il resto del mondo combatte la pandemia e prova a studiare come rianimare le economie devastate dai lockdown, la Cina si concede il lusso di progettare linee ferroviarie a levitazione magnetica (Maglev) capaci di proiettare il gigante asiatico nel futuro. Per la verità, un collegamento super veloce di questo tipo esiste già: il treno che collega l’aeroporto internazionale Pudong di Shanghai con il centro città in dieci minuti, toccando i 400 e passa chilometri l’ora. Ma il breve tratto (25 km) tra lo scalo e il cuore della metropoli orientale rappresenta un semplice esempio, un fiore all’occhiello che non ha un vero impatto sulle comunicazioni, anche perché è gestito in perdita dal governo cittadino.

I nuovi progetti hanno ambizioni più concrete. Il Global Times, giornale di regime, spiega oggi che saranno realizzate linee per collegare città come Shanghai e Hangzhou (distanti 176 km) e Canton e Shenzhen (138 km), lungo gli assi più sviluppati economicamente del Paese. I treni, futuribili, trasformeranno la geografia umana e non solo di quelle zone, già comunque proiettate in un’era di grandi trasformazioni. Addirittura, la linea Canton-Shenzhen, che raggiungerà in seguito anche Hong Kong, sarà interamente sotterranea. I costi? Favolosi: ma non è questo il punto.

10. Io, Material Girl: Madonna prepara il film sulla sua vita
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Madonna Louise Veronica Ciccone, 62 anni

(Irene Soave) Produttrice, sceneggiatrice, regista e soggetto stesso del film: se c’è un ruolo che a Madonna è riuscito sempre, in quasi 40 anni di fama planetaria, è quello della one-man band, e il film sulla sua vita che ha annunciato in queste ore, produzione Universal, ne è l’ennesimo saggio. «Universal annuncia un film basato sulla storia vera e mai raccontata di Madonna, scritto e diretto da lei»: questo è il tweet diffuso dalla star e dalla casa di produzione, da cui manca come si vede non solo il titolo, ma anche un’attrice protagonista che interpreti la star da giovane (si scommette su Julia Garner e Florence Pugh, ma il casting non è «nemmeno iniziato»).

Con lei un team femminile di «addette ai lavori»: la sceneggiatrice Diablo Cody compare da settimane sui social di Madonna, entrambe al lavoro su un Macbook che oggi si scopre contenere la sceneggiatura del film, curata da entrambe (Cody ha vinto un Oscar per Juno, 2007); coproduttrice con lei è Amy Pascal (Piccole Donne, Spiderman, The Post), e dietro il progetto c’è la presidente di Universal Donna Langley.

Madonna ha già prodotto dieci film, ne ha diretti due, ha recitato in 18; ha cambiato radicalmente stile praticamente a ogni uscita di uno dei suoi 14 album, venduto nella sua vita 355 milioni di dischi, vinto 225 premi e 658 nomination; fondato sei marchi di cosmesi, abbigliamento, benessere. Del suo film biografico dice che «sarà la storia dei miei tentativi di essere umano che cerca di farsi strada nel mondo», scrive lei nel comunicato di Universal, e questo forse è il suo primo, vero, understatement.

Da tenere d’occhio
  • Il parlamento ha votato: Yoshihide Suga è ufficialmente il nuovo premier giapponese. Suga ha confermato quasi tutti i ministri del governo del suo predecessore Shinzo Abe.
  • Trump è tornato a parlare di coronavirus negando di aver minimizzato la pandemia (come aveva invece detto a Bob Woodward in una delle interviste per l’ultimo libro del giornalista) e sostenendo che la «mentalità di gregge» (forse intendeva l’immunità di gregge) batterà il virus.
  • Un centro detenzione per migranti negli Stati Uniti come «un campo di concentramento sperimentale», dove si effettuano isterectomie sulle donne immigrate. Lo hanno denunciato delle organizzazioni per i diritti umani dopo la testimonianza di un’ex infermiera, Dawn Wooten, che lavorava al centro di detenzione della contea di Irwin in Georgia, dove i migranti si trovano in custodia della United States Immigration and Customs Enforcement (Ice), un’agenzia federale parte del dipartimento della Sicurezza interna degli Stati Uniti. Qui l’articolo completo di Monica Ricci Sargentini

Grazie per essere arrivati sin qui. Buona giornata e a domani,

Marilisa

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