Dall’occupazione all’occupabilità: ecco dove c’è bisogno di formazione (e lavoro) in Italia

Dall’occupazione all’occupabilità: ecco dove c’è bisogno di formazione (e lavoro) in Italia

MILANO – Sei persone su dieci che si affacceranno al mondo del lavoro entro il 2025 svolgeranno mansioni che ad oggi non esistono. Entro la fine di quest’anno, il 30% dei posti nel settore tecnologico (robotica, Intelligenza artificiale, stampa 3D) rischia di non esser coperto a causa della carenza di talenti. Le competenze diventano obsolete nel giro di pochi anni, c’è la fetta centrale dell’occupazione – quella che sta a metà tra le mansioni non qualificate e quelle che lo sono ad altissimo livello – che rischia di rimanere spiazzata dai cambiamenti che erano in atto da anni e che la pandemia ha accelerato.

D’altra parte ci sono ambiti di lavoro, anche nell’Italia che ha perso oltre 800 mila posti tra il secondo trimestre 2020 e quello del 2019, che saranno trainanti nel periodo 2020-2023. Si tratta di “salute e benessere”, “educazione e cultura”, “mobilità e logistica” e “meccattronica e robotica ed energia”. Altre dovranno reinventarsi: l’industria legale dovrà adattarsi alle nuove esigenze di tutela delle imprese e a una nuova contrattazione lavorativa, quella del food&beverage fare i conti con i consumi ‘distanziati’.

Dall'occupazione all'occupabilità: ecco dove c'è bisogno di formazione (e lavoro) in Italia

Entro il 2023 bisognerà coprire in Italia 400 mila posti di lavoro nel settore della sanità e dell’assistenza sociale, 200 mila nell’istruzione e nei servizi formativi, 90 mila nell’industria dei macchinari. Il cambiamento in atto porterà con sé l’attenzione sfrenata per la trasformazione digitale e l’ecosostenibilità – che non a caso sono pilastri anche del piano Next Generation EU di Bruxelles -: questi ambiti coinvolgeranno tra il 26 e il 29% dei lavoratori di cui ci sarà bisogno nei prossimi cinque anni. Le imprese digitali cercheranno tra i 210 e i 267 mila lavoratori con specifiche competenze matematiche e informatiche per le professioni digitali, i green jobs e le potenzialità dell’economia circolare apriranno fino a 600 mila opportunità nelle aziende.

Numeri che indicano chiaramente la via che sta imboccando con decisione il mercato del lavoro che emerge dalla pandemia. La formazione (o meglio, il cosiddetto “re-skilling”, la riqualificazione del personale) è lo strumento indicato dalla stragrande maggioranza delle imprese come priorità per far fronte alla crisi: lo mette in cima alla lista il 75% delle società. Un plebiscito. Stare sul mercato in maniera nuova, confrontarsi diversamente con i clienti, riorganizzare la vita interna alle organizzazioni sulla base dei principi dello smart working e della necessità di rispondere a un “nuovo contratto sociale” che garantisca protezione ai lavoratori più vulnerabili: molti i capitoli di rinnovamento che il Covid ha aperto.

“Di fronte a questo scenario, la risposta delle istituzioni e delle parti sociali sembra sempre più scollegata dalla realtà”, esordisce Andrea Malacrida, country manager di Adecco Group in Italia. La società delle risorse umane ha presentato – con Microsoft come partner tecnologico – Phyd: 6 milioni di euro investiti in un hub fisico e in una piattaforma tecnologica (phy-gital è il neologismo che unisce materiale e immateriale). Gli spazi sono a Milano, nel cuore del distretto del design, ma tutte le attività si svolgono anche nella dimensione virtuale.

Dall'occupazione all'occupabilità: ecco dove c'è bisogno di formazione (e lavoro) in Italia

La base del progetto è la constatazione che l’acquisizione di competenze è fondamentale per stare sul mercato del lavoro, tanto per gli studenti quanto per chi vuole progredire di carriera o reinserirsi in età avanzata. Non a caso molte aziende denunciano la mancanza di profili adeguati a ricoprire le posizioni aperte: si calcola che nel settore Ict il gap tra domanda e offerta sia nell’ordine del 18%. “In Italia deve cambiare il paradigma: da ‘occupazione’, dobbiamo parlare di ‘occupabilità’. Una visione che manca completamente dalle nostre politiche attive”, spiega Malacrida, “e che invece travolge coloro che stanno nel mezzo della popolazione lavorativa (né poco qualificati, né tanto) ad aspettare inermi che il lavoro arrivi loro per diritto o fortuna”.

Phyd parte proprio dal mappare le competenze degli iscritti (gratuitamente) alla piattaforma, incrociando il loro background ai percorsi di studio o professionali già effettuati. L’intelligenza artificiale di Microsoft rende un indice di occupabilità (espresso in percentuale) in base anche ai propri desiderata e passioni. Con uno sguardo di realtà, indirizza però il lavoratore o lo studente verso i percorsi che offrono attualmente più sbocchi lavorativi e indica un percorso di formazione personalizzato per migliorare e aumentare il proprio indice. Online si presenta come un vero e proprio marketplace di corsi di formazione, nello spazio fisico milanese si possono seguire presentazioni, eventi, prenotare incontri con coach e mentor e continuare ad aggiornare così il proprio indice di occupabilità. Non è previsto il match diretto con le offerte di lavoro presenti sul mercato, né tantomeno l’utilizzo dei profili (si punta a 250 mila entro un anno, ha spiegato il ceo di Phyd, Manlio Ciralli) nell’ambito del gruppo Adecco.

“Come in palestra, gli italiani hanno bisogno di lavorare sulle competenze. Ma devono esser orientati, aspetto sempre tralasciato dalle nostre politiche attive. Per questo saremmo contenti se i nostri algoritmi venissero offerti come strumento ai navigator”, dice Malacrida. La cui visione sulle politiche del lavoro è netta: “Dal decreto Dignità in avanti, si sono generati molti danni. Il blocco dei licenziamenti e il congelamento delle causali per i contratti a tempo sono solo palliativi che rimandano il dramma che sta per esplodere. E’ necessario introdurre corsi di adeguamento formativo obbligatori e ben strutturati al fianco delle politiche passive di sostegno all’occupazione”.

Al di là della vocazione sociale del progetto, l’urgenza è sempre più pressante per le aziende. Lo ha indicato Silvia Candiani – amministratore delegato di Microsoft in Italia che batte sullo skills mismatch come “fenomeno che in Italia sta diventando davvero rilevante e urgente” – quando ha spiegato il ruolo del colosso della tecnologia in un simile progetto. Se non ci saranno competenze e professionalità capaci di intercettare la digitalizzazione – il succo del ragionamento -, sarà difficile fornire alle imprese l’hardware per permettere loro di fare il salto tecnologico. In pratica, si tratta di continuare ad assicurarsi un mercato: sia in termini di candidati validi da portare all’attenzione delle aziende che cercano; sia dall’ottica dei fornitori di tecnologie che qualcuno deve essere in grado di utilizzare. L’intero sistema-Paese, in questo caso, ringrazierebbe.



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