Elezioni 2020, Orlando (Pd): «Un risultato negativo indebolirebbe il governo, ma dobbiamo andare avanti»

Andrea Orlando, lei non parla di rimpasto ma di nuovi assetti, può spiegarsi meglio?
«Stiamo entrando nel terzo tempo del governo Conte. Il primo era quello pre-Covid, il secondo è stato quello della gestione dell’emergenza, il terzo è quello della ricostruzione. La domanda che dobbiamo porci non riguarda l’organigramma del governo, questo lo dirà Conte, ma se lo Stato è pronto ad affrontare una sfida come quella rappresentata dai 209 miliardi del Recovery fund. Questa sfida deve comportare un riassetto della macchina. Questo è il tema. Naturalmente poi è abbastanza facile derubricarlo a rimpasto o a cambio di leadership. La questione riguarda per esempio, il coordinamento tra diversi ministeri, il tipo di professionalità presenti nei dicasteri. Non schiaccerei quindi il dibattito sul toto nomi, credo di aver dimostrato anche personalmente che è la cosa che mi interessa di meno».

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C’è una linea del Piave del Pd sulle Regionali?
«Io non escludo che ci sia un riflesso politico dal voto regionale, ma concentrare l’attenzione su questo ci distoglie da un tema che è invece cruciale. Il voto infatti determinerà esiti molto importanti. Il primo è che si deciderà, dopo l’emergenza Covid, se si va verso una sanità più pubblica o più privata nel caso di affermazione della destra. Il secondo riguarda il fatto di mettere o meno le Regioni nelle condizioni di spendere i soldi del Recovery, perché, e la dico brutalmente, non credo che la destra abbia gli strumenti giusti per spendere quei soldi».

Cioè la posta in gioco è anche il Recovery fund?
«L’Europa non lancerà i soldi dall’elicottero, ce li darà per l’innovazione tecnologica, la lotta alle diseguaglianze sociali, la transizione ecologica. Ora, ammettendo, ed è una forzatura, che sul primo punto tutti si abbiano le stesse idee, io faccio abbastanza fatica ad immaginare la destra degli emuli di Salvini, quelli della flat tax, che fa la lotta alle diseguaglianze sociali o che gestisca il 36 per cento del Recovery per la transizione ecologica, proprio mentre nega i cambiamenti climatici».

Se il centrosinistra andasse male, sarebbe anche un po’ responsabilità del M5S?
«Mi sembra abbastanza evidente che la loro sia stata una scelta sbagliata evidenziata dal fatto che a un certo punto si sono posti il problema senza riuscire a risolverlo. E allora spero che gli elettori incoraggino un processo unitario e ci aiutino a battere la destra, che non è maggioranza in quasi nessuna regione».

Stefano Bonaccini vorrebbe Renzi e Bersani nel Pd…
«Ma davvero noi possiamo pensare di ridefinire l’identità di un partito che ha bisogno di affrontare questo tema, decidendo chi entra e chi esce? Io credo che noi abbiamo bisogno di definire soprattutto qual è l’insediamento sociale che vogliamo ricostruire e che cosa significa il riformismo alla luce della stagione populista. Il riformismo non può diventare un sinonimo del liberismo.».

Bisognerebbe convocare un congresso?
«Io penso che, quale che sia l’esito delle elezioni, un appuntamento di chiarimento sull’identità sia in tutti i casi necessario. Anche per accelerare un cambiamento della forma del partito che in questo anno, come ha riconosciuto Zingaretti, non c’è stato. Anche a causa del lockdown abbiamo ecceduto in cautela nel promuovere un radicale ripensamento della forma partito».

Zingaretti deve dimettersi se il Pd va male alle elezioni?
«Ma che vuol dire andare male alle elezioni? Noi con i voti 2018 non avremmo preso neanche una regione, si scriveva di un bipolarismo tra due populismi, adesso si sta costruendo un centrosinistra che se la gioca in tutte le regioni. E questo è conseguenza delle scelte politiche che ci hanno portato fino a qui, volute da Zingaretti. La più grande sconfitta della sinistra italiana, quella del 2018, che è conseguenza di un processo di logoramento ultradecennale, non si può cancellare in 20 mesi, ci vogliono molto tempo e molta fatica, ma la strada intrapresa è quella giusta».

Giuseppe Conte non ha escluso un Mattarella bis.
«La mia cultura politica mi suggerisce di non tirare mai l’arbitro per la giacca. Naturalmente se al momento della decisione sul nuovo capo dello Stato Mattarella fosse disponibile sarebbe sicuramente la scelta alla quale guardare. Ma non credo che, anche per il ruolo così delicato che sta svolgendo in questo momento, sia utile aprire questa discussione».

Se il voto va male per il centrosinistra questo governo si indebolirà?
«Certo che un risultato negativo indebolisce il governo, ma non cancellerebbe la sua missione e non significa che l’esecutivo possa abdicare a un compito che è essenziale. Aprire una crisi nel momento in cui si definiscono i progetti per gli stanziamenti europei significherebbe far fare un harakiri al Paese, non al centrosinistra o ai 5 Stelle».

16 settembre 2020 (modifica il 16 settembre 2020 | 21:41)

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