Fatigue nei malati di cancro: così la stanchezza cronica si può curare

Fatigue nei malati di cancro: così la stanchezza cronica si può curare

15 settembre 2020 – 19:35

Colpisce almeno il 65% dei pazienti oncologici e viene ancora riconosciuta raramente: un programma strutturato di esercizio fisico contrasta la spossatezza

di V. M.

Fatigue nei malati di cancro: così la stanchezza cronica si può curareFatigue nei malati di cancro: così la stanchezza cronica si può curare

Si chiama fatigue e praticamente tutte le persone con una diagnosi di tumore sanno di che si tratta. È un complesso di sintomi che porta a una riduzione dell’energia fisica, delle capacità mentali e ha riflessi anche sullo stato psicologico: troppo spesso viene sottovalutata, perché considerata inevitabile «parte integrante» della vita di un paziente oncologico. Invece c’è qualcosa che si può fare per arginarla, a partire da ginnastica e sostegno psicologico. Proprio per diagnosticarla e curarla in modo tempestivo sono appena state pubblicate le prime linee guida europee  approvate dall’European Society of Medical Oncology (ESMO), il cui primo autore è l’italiana Alessandra Fabi, responsabile dell’Unità di Fase 1 e Medicina di Precisione dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena.

Colpisce almeno il 65% dei pazienti oncologici

Secondo le statistiche la stanchezza da cancro colpisce almeno il 65% dei pazienti con tumore, il 40% delle persone «sente la fatigue» già al momento della diagnosi, la percentuale sale all’80%-90% durante la chemioterapia o radioterapia e nel 20% persiste molti anni dopo le cure. Molto probabilmente nasce dall’accumularsi di stress che la persona subisce fin dal momento della diagnosi di tumore, come una somma di tensione sia psicologica che fisica che l’organismo è costretto a sopportare. Ma è anche uno degli effetti collaterali più diffusi dei trattamenti anticancro: la chemioterapia è la principale responsabile della comparsa del disturbo, seguita dalla terapia ormonale e dall’immunoterapia. Dopo 20 anni di studio e osservazione di questo fenomeno sono nate le linee guida europee, uno strumento prezioso che aiuta i clinici prima di tutto a comprendere, e quindi ad affrontare questo complesso sintomo. «La pubblicazione si rivela particolarmente utile in questo periodo storico — sottolinea Gennaro Ciliberto, direttore scientifico del Regina Elena —, perché purtroppo assistiamo a un aumento della predisposizione alla fatigue nei pazienti oncologici, significativamente provati dal punto di vista emotivo dall’epidemia di Covid». 

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Diagnosticata raramente

Ma qual è la migliore cura per contrastare il disturbo? Nessun farmaco specifico per ora. «Le linee guida raccomandano l’esercizio fisico aerobico, tecniche di mindfulness, yoga e interventi psicosociali — spiega Alessandra Fabi —. Gli steroidi solo in pazienti selezionati, mentre molto insoddisfacenti, fino ad ora, si sono dimostrati l’utilizzo di farmaci psicostimolanti e antidepressivi. Rimuovere la fatigue durante la terapia vuol dire migliorare l’aderenza alle cure. Esserne liberi una volta terminate le cure oncologiche dà modo di riprendere in mano la vita in maniera totalizzante. Dopo il cancro la persona ricrea la propria esistenza, deve farlo con attenzione e consapevolezza della sfera psico-corporea». Percepita come un senso persistente e soggettivo di esaurimento fisico, emotivo e cognitivo, raramente la fatigue è diagnosticata a causa della sua natura multidimensionale. È un sintomo sottovalutato dai medici, anche perché non è sempre riferito dal paziente nel corso delle visite. Oggi più che mai la problematica emerge all’interno dei social creati dagli stessi gruppi di pazienti, aree importanti di condivisione di esperienze del vissuto del singolo. 

L’inattività peggiora la situazione

«La fatica legata al cancro è un contenitore di situazioni di inadeguatezza soggettiva — dice Fabi —: la fatigue è ciò che la persona racconta. Si differenzia da altri tipi di stanchezza per la sua persistenza e per l’incapacità di alleviarla attraverso il riposo o il sonno ristoratore. Fino a pochi anni fa era impossibile definirne una misura della gravità, oggi invece è identificata e misurata attraverso questionari convalidati a livello europeo. Si tratta di un traguardo recente e importantissimo che abbiamo raggiunto grazie alla individuazione di strumenti di screening che tengono conto della natura multifattoriale del disturbo e consentono così la gestione mirata e multidisciplinare dei sintomi. Tuttavia resta ancora difficile il “trattamento”: pazienti con una intensità di fatigue simile possono avere livelli molto diversi di disabilità». Nei malati oncologici, durante e dopo il trattamento, la prolungata inattività è un elemento che alimenta la fatigue. Questo stato, infatti, causa perdita di massa muscolare e di forza. Ciò gradualmente influisce sulla possibilità di compiere gesti semplici come salire le scale o mantenersi in equilibrio, e può condurre a problemi cardiovascolari e a un aumento dell’ansia e della depressione. «Un programma strutturato di esercizio fisico che mira ad aumentare la massa muscolo-scheletrica del paziente, migliora la qualità di vita e aiuta a contrastare la spossatezza — conclude l’eserta —. L’emergenza sanitaria da coronavirus non ha aiutato, ma ora bisogna approfittare per riprendere un esercizio fisico adeguato, aerobico e costante e seguire le indicazioni dei team multidisciplinari per la cura della fatigue».

15 settembre 2020 (modifica il 15 settembre 2020 | 19:51)

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