Ferrarini a metà tra banche  e Stato: il rebus delle offerte rivali per i salumi

Ferrarini a metà tra banche  e Stato: il rebus delle offerte rivali per i salumi
Ferrarini, il rebus delle offerte contrapposte (con intervento dello Stato) per salvare l'azienda di salumiFerrarini, il rebus delle offerte contrapposte (con intervento dello Stato) per salvare l'azienda di salumi

La premessa è una sola: parliamo di un brand riconoscibile nell’alimentare. Come quello della emiliana Ferrarini (salumi) finita in concordato, trovatasi nelle sabbie mobili di una ristrutturazione complicata e ora appetita da due cordate contrapposte che prevedono però un ristoro diverso per i creditori esposti. Soprattutto va messo in filigrana anche l’intervento la società pubblica Amco, controllata dal ministero del Tesoro, specializzata nel recupero crediti e nella ristrutturazione di asset con prevalente interesse pubblico. Amco è entrata nella partita Ferrarini suscitando più di qualche mal di pancia (e la lente della Commissione Ue alla voce aiuti di Stato) perché ha ereditato in portafoglio i crediti deteriorati delle banche venete (Veneto e Popolare di Vicenza) e tra questi compaiono anche i crediti della holding di controllo della Ferrarini. Una parte di questi npl — all’atto dell’incorporazione delle due venete in Intesa Sanpaolo alla cifra simbolica di 1 euro — vengono appunto rilevati da Amco, l’altra parte finisce a alla banca di Ca’ de Sass. La differenza è che Intesa li ha appunto rilevati a 1 euro. Qualunque valutazione superiore nell’operazione di turnaround le restituisce una plusvalenza che invece Amco non ha, ereditando posizioni per circa 70-80 milioni a un prezzo di carico superiore.

La partita ora contrappone due cordate. La prima potremmo persino definirla di sistema. Perché coinvolge Bonterre (la holding di matrice cooperativa che raggruppa Grandi Salumifici Italiani e Parmareggio), Unicredit, la Op Opas e Hp srl oltre all’istituto guidato appunto da Carlo Messina. La seconda vede il maggior apprezzamento della famiglia Ferrarini che vuole evitare una resa incondizionata. Si tratta di una cordata che coinvolge il gruppo Pini, importante macellatore di suini italiano, il partner selezionato dalla famiglia per il rilancio e che già aveva presentato un’offerta al Tribunale fallimentare e che entrerebbe nel capitale all’80%. Un partner coinvolto in una vicenda poco chiara in Ungheria risoltasi con il pagamento di una multa.

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Questo piano però sembrerebbe più conveniente rispetto a quello presentato dall’altra cordata e coinvolgerebbe anche la Sga del Tesoro utilizzando una parte minima dei 50 miliardi che ha in gestione. Per Amco sarebbe una prima volta nel co-investimento di un’azienda privata e servirebbe anche tutelare i mille addetti col fiato sospeso in attesa di capire il loro destino. Le interpretazioni giurisprudenziali divergono sulla fattibilità o meno dell’intervento anche se non è chiaro perché non possa procedere ad erogare nel complesso una ventina di milioni compresa la conversione di alcune linee di credito verso la holding di famiglia Ferrarini. A supporto della tesi del co-investimento pubblico c’è il termine chiave “ valorizzare”. Che aprirebbe alla facoltà di investire anche per valorizzare gli npl in pancia che altrimenti diventerebbero carta straccia. Il 25 settembre è prevista l’udienza presso la Corte d’Appello di Bologna che dovrà decidere sul ricorso presentato da Intesa Sanpaolo e Unicredit sulla legittimità del piano concorrente.

La cordata delle banche ha presentato una proposta basata su un piano in continuità aziendale ad opera dell’assuntore RE-Food S.p.A. (“RF”), società interamente posseduta da RE-new Holding S.r.l. (“RH”; società holding in cui saranno soci Bonterre al 66,82%, OPAS al 5,53% e HP al 27,65%) che rileverà quasi tutti gli attivi di Ferrarini a fronte dell’accollo del 99.99% del debito concordatario di Ferrarini non oggetto di stralcio. Qualora Ferrarini non raggiunga determinati livelli di fatturato — prevede il piano — riduce il soddisfacimento dei creditori chirografari da 14.7 milioni a 2,7 milioni di euro e, quindi, dal 7% medio all’1.3% medio ( si avrebbe un soddisfacimento medio inferiore allo 0.3% con possibili profili di illegittimità del concordato per la mancata effettiva convenienza per i creditori).

La proposta Ferrarini-Pini invece prevede un soddisfacimento complessivo dei creditori pari a circa 110 milioni contro i 52 milioni della concorrente a cui aggiungere 24 milioni mediante l’assegnazione di strumenti finanziari partecipativi. Prevede che una parte rilevante della soddisfazione (€24 milioni) venga data ai creditori solo qualora l’azienda realizzi determinati risultati economici a livello di margine operativo lordo e determinando una significativa aleatorietà sulla possibilità di incasso.


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