Furlan (Cisl): «Sì al Recovery Fund, ma investimenti subito per creare lavoro o sono soldi sprecati»

«Lo avevamo annunciato in luglio, c’è stato tutto il tempo per chiamarci, nessuno lo ha fatto».

Annamaria Furlan, segretario generale della Cisl, domani sarà a Milano. I suoi colleghi, Maurizio Landini (Cgil) e Pierpaolo Bombardieri (Uil), rispettivamente saranno nelle piazze di Napoli e Roma: insieme anche se a distanza per la giornata di mobilitazione nazionale unitaria «Ripartire dal Lavoro».

Perché protestate?

«Chiediamo un confronto costruttivo con il governo che da mesi non ci ascolta. Perché i temi sul tavolo sono molti e crediamo di dover essere chiamati a partecipare ad un confronto sulle priorità del Paese. E perché se il governo aprisse un tavolo con le parti sociali darebbe un segnale di dialogo e apertura a tutti».

«Il lavoro prima di tutto, da lì bisogna ripartire per far crescere il Paese».

Lo scorso luglio, l’Istat ha contato 600mila posti di lavoro persi da quando è scoppiata l’epidemia Covid. Che succederà quando finirà il blocco dei licenziamenti?

«Il Covid ha inciso negativamente su tutto, quindi anche sull’occupazione. Ma il nostro Paese era ancora stremato dalla crisi del 2008 e ancora doveva recuperare punti di Pil e posti di lavoro persi. Perciò il tema oggi è: siamo in grado di far ripartire l’economia e il lavoro?».

Il Recovery Fund è un’opportunità?

«Certo che lo è, ma bisogna far sì che non vada sprecato neanche un euro. E per questo chiediamo al governo di ascoltare le nostre proposte precise e le nostre priorità».

Come andrebbero utilizzati i 209 miliardi?

«In investimenti. È la prima cosa da portare a casa. Con quelli riparte l’economia, con quelli riparte l’occupazione. Vanno bene le agevolazioni per le aziende, per i giovani, per le donne, ma vanno riaperti i cantieri che sono bloccati, servono nuove infrastrutture: il lavoro va creato dove non c’è, penso al Sud soprattutto».

Nel frattempo aumentano le persone che ricevono il reddito di cittadinanza: ne beneficiano in quasi 3 milioni.

«Il reddito di cittadinanza ha dato risposte sulla povertà, ma sull’occupazione siamo all’anno zero: non basta assumere tremila navigatori per creare posti di lavoro. Bisogna accompagnare al lavoro, favorire le condizioni adatte e crearlo dove non c’è. Puntare su formazione e innovazione».

La scuola può avere un ruolo importante?

«Certamente. Vanno ripensate le politiche attive per il lavoro, soprattutto per l’occupazione dei giovani. Va creato un collegamento tra scuola, territorio e imprese. Troppo spesso le aziende non trovano i lavoratori di cui hanno bisogno».

È a rischio anche chi il lavoro lo ha già?

«Nel pubblico e nel privato, ci sono milioni di persone che aspettano il rinnovo dei contratti, ormai è una questione di giustizia ed equità. Penso ad esempio ai lavoratori della sanità, i nostri eroi, è scandaloso che aspettino da 14 anni. E poi il settore alimentare, i metalmeccanici, e molti altri casi in cui le trattative si sono bloccate. Ecco: serve riprendere il dialogo, serve senso di responsabilità, lo chiede il Paese».


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