Gli Emirati ora vogliono il Beitar, la squadra di calcio israeliana anti araba

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
GERUSALEMME
Negli anni Settanta dalla panchina incitava i giocatori a stare sull’uomo, come adesso incoraggia gli israeliani a marcare il Coronavirus a zona, rispettando il distanziamento. Il presidente Reuven Rivlin è cresciuto a Gerusalemme ed è cresciuto con la sua squadra di calcio fino a diventarne uno dei manager. Ehud Olmert, l’ex premier e sindaco della città condannato per corruzione, aveva il suo palco speciale allo stadio Teddy Kollek e provava a non perdere una partita.

Passione Beitar, passione per le maglie giallo-nere tessute dal movimento conservatore di Zeev Jabotinsky, intreccio di tifo sportivo e ideologia politica. Fino a quando l’amore tra la destra israeliana tradizionale e il club è finito una notte del febbraio di sette anni fa: le magliette autografate, i trofei, i palloni, le coccarde, le sciarpe con il sudore di quella passione dati a fuoco. Gli ultrà non potevano tollerare che la società avesse acquistato due giocatori ceceni, musulmani, e avevano deciso di distruggere gli uffici a bordo del campo. Poche sere prima il settore della curva occupato da «La Familia», il gruppo più violento e razzista, aveva esposto lo striscione «Beitar puro per sempre».

Da allora Olmert ha smesso di sedersi in tribuna e Rivlin — da capo dello Stato — ha cercato di ripulire gli inni dagli slogan oltranzisti, di riportare il Beitar ai valori delle origini, di fare da paciere con la tifoseria dell’araba Bnei Sakhnin, ogni incontro uno scontro sugli spalti. Nel 2018 il Beitar è stato comprato dall’imprenditore hi-tech Moshe Hogeg che ha promesso di isolare ed espellere i violenti. Adesso è convinto che se davvero sta sorgendo «l’alba di un nuovo Medio Oriente» — come ha proclamato martedì Donald Trump — qualche raggio di sole potrebbe illuminare l’odio buio delle squadracce della Familia. Così ha rivelato di essere in trattativa con un uomo d’affari degli Emirati Arabi, disposto a investire nella società. Per ora il milionario resta anonimo. Avrebbe una partecipazione anche nel Manchester City di proprietà dell’emiratino Mansour Bin Zayed Al Nayhan, a differenza di lui non sarebbe un membro della famiglia reale e non sarebbe spaventato — raccontano i giornali israeliani — dalla possibile reazione dei tifosi più estremisti. «Mi piacciono i sostenitori del Beitar perché sono devoti e leali alla squadra, presto capiranno che la gente degli Emirati vuole la pace e la coesistenza — avrebbe detto —. Il fanatismo è legato all’ignoranza e alla xenofobia».

L’investimento sarebbe il primo e il più simbolico dei 500 milioni di dollari in scambi commerciali previsti tra lo Stato ebraico e la monarchia del Golfo dopo la firma del trattato per la normalizzazione delle relazioni diplomatiche. Hogeg ha già dovuto affrontare l’ostilità della «squadra più razzista del Paese», come canta «La Familia» in curva, quando l’anno scorso ha acquistato un calciatore nigeriano dal Maccabi Netanya. Gli ultrà lo hanno minacciato («un musulmano non giocherà mai qui») fino a quando è stato spiegato loro che Ali Mohammed è un devoto cristiano. «Allora deve cambiare cognome perché nessun Mohammed entra nel nostro stadio».


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