I social ci sono sfuggiti  di mano? Il documentario (“pasoliniano”) da vedere  con la mente aperta

I social ci sono sfuggiti  di mano? Il documentario (“pasoliniano”) da vedere  con la mente aperta

Da pochi giorni è disponibile, sulla ricca piattaforma di Netflix, un documentario di Jeff Orlowski, un regista di 36 anni già premiato con un Emmy per Chasing Ice, un meraviglioso apologo sulla sparizione dei ghiacciai e sul riscaldamento globale. In “The social dilemma”, presentato al Sundance festival, Orlowski affronta il grande tema del nostro tempo: la natura e gli effetti della rivoluzione legata alla presenza dei social nella nostra vita. Lo fa in modo non ideologico, lo fa senza rimpiangere i presunti bei tempi andati, lo fa cosciente della immensa quantità di mutamenti e di opportunità che la rivoluzione tecnologica ha portato nella nostra vita. E, soprattutto, lo fa dando la parola non ai nemici pregiudiziali delle tecnologie ma a chi le ha inventate, progettate, dirette. Parlano, nel documentario, giovani che sono stati dirigenti di Facebook, Google, Pinterest, Instagram, Twitter. Le loro testimonianze critiche sono state generate da un disagio etico, la sensazione che i social, nati con le migliori intenzioni, siano poi sfuggiti di mano.

Fino al punto di immaginare che le macchine finiscano ormai col generare livelli di elaborazione dei dati che gli stessi progettisti non immaginavano. Dice uno di loro: «La velocità di elaborazione dei computer è cresciuta dal 1960 mille miliardi di volte, quella di un’auto è al massimo raddoppiata». Gli analisti, particolarmente notevoli le parole di Tristan Harris, indagano gli effetti sociali, psicologici, politici della invasività di media che hanno come obiettivo esclusivo quello di determinare comportamenti umani, di organizzare il tempo e le relazioni delle persone. «Se il prodotto non si paga vuol dire che il prodotto sei tu»: ogni movimento della mano, ogni pagina visualizzata, ogni post pubblicato contribuisce a profilare il soggetto e a determinare la definizione della sua cerchia di rapporti. Non sfugge a nessuno che i social tendono a configurare recinti in cui le persone suggerite come possibili «amici» sono i più simili a te, quelli che la pensano come te, che hanno i tuoi gusti, le tue idee. E che in questi universi omogenei è particolarmente facile, per chi conosce le regole degli algoritmi, far precipitare messaggi che abbiano un’alta intensità emotiva e inducano rabbia, indignazione, protesta. La zona più forte del documentario è così quella dedicata ai processi di radicalizzazione del pensiero e dei sentimenti che la nuova struttura comunicativa induce. Ed è dettagliata e vibrante la parte che riguarda la vulnerabilità collettiva alle fake news e alle semplificazioni estreme. Esiste un legame tra l’affermazione del populismo e la nuova struttura cognitiva e comunicativa dei social? Il film sostiene di sì, e lo dimostra. Al tempo stesso, non essendo un prodotto dei tirannosauri antimoderni, non si pone né in un’ottica luddista di distruzione delle macchine, né in quella del boicottaggio. Ma tutto è osservato dall’interno di chi ha visto nascere quel mondo e fa vivere una domanda di armonizzazione delle tecnologie con lo sviluppo umano. Un tema pasoliniano, in fondo. Che vale per l’ambiente esterno come per quello interiore.

Il rapporto tra social e democrazia, tra social e sviluppo umano, tra social e solitudine degli esseri umani: sono questi i temi di un film sconvolgente proprio perché non ideologico. Dopo la denuncia di «The great hack» sullo scandalo di Cambridge Analytica e sull’influenza di essa sui voti di Gb e Usa, il nuovo documentario di Orlowski sfida tutti a ragionare, senza paraocchi. Anche i più fanatici sostenitori della dimensione social troveranno ragione per meditare, sentendo le riflessioni di “smanettoni” non diversi da loro. E i nostalgici del passato capiranno che analizzare quell’universo e cercare di armonizzarlo con la libertà e le persone è forse un nuovo fronte di impegno civile, sociale e persino politico. Nanni Moretti per anni ha decretato, con una sola frase, la fine del tempo in cui si «dibatteva» dopo il film. “The social dilemma” fa invece venire una gran voglia di continuare a ragionare, discutere, capire, forse cambiare idea. Senza recinti, senza pollici alzati o abbassati. Solo con la mente aperta.


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