Il nuovo Medio Oriente che emerge dall’accordo Israele-Emirati-Bahrein

Il nuovo Medio Oriente che emerge dall’accordo Israele-Emirati-Bahrein

Gerusalemme Il discorso del ministro degli Esteri emiratino Abdullah bin Zayed durante la storica cerimonia alla Casa Bianca per l’istituzione dei rapporti diplomatici tra il suo Paese e Israele, è stato interrotto nelle case israeliane dalla sirena “allarme rosso”. Hamas ha fatto sentire in diretta il proprio dissenso, lanciando diversi missili su Ashdod, 30 km a nord della Striscia di Gaza. Le cittadine di confine sono state colpite tutta la notte, riportando 13 feriti. All’alba l’esercito israeliano ha risposto bombardando infrastrutture di Hamas. 

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È la dimostrazione che il “Nuovo Medio Oriente”, inaugurato ieri a Washington, non potrà facilmente voltare pagina rispetto alle dinamiche che quest’area ha conosciuto finora. 

Il nuovo Medio Oriente che emerge dall'accordo Israele-Emirati-Bahrein

Le firme apposte sul documento ieri a Washington

Il preambolo all’accordo firmato ieri tra Israele ed Emirati Arabi Uniti – così come la dichiarazione di pace tra Israele e Bahrein, che ha annunciato la sua adesione al nuovo corso solo venerdì – ribadisce “l’impegno a collaborare per trovare una soluzione negoziata al conflitto israelo-palestinese che incontri le esigenze e le legittime aspirazioni di entrambe le parti, avanzando una pace comprensiva nel Medio Oriente”.  

È il ribaltamento del principio che aveva finora guidato ogni discorso intorno al conflitto tra israeliani e palestinesi: “Non può esserci normalizzazione dei rapporti tra mondo arabo e Israele senza prima stabilire uno Stato palestinese nei confini del ’67”. Ora, alcuni Paesi arabi hanno deciso di invertire l’ordine dei fattori: secondo la nuova dottrina, sarà la normalizzazione del mondo arabo con Israele, la sua accettazione come parte integrante del Medio Oriente e come alleato strategico e partner economico, a portare a una risoluzione del conflitto con i palestinesi.
 
Che questo sarà davvero il risultato di quanto sta accadendo ora, è difficile stabilirlo. I palestinesi parlano di tradimento della causa palestinese da parte del mondo arabo. Nelle parole del primo ministro Mohammad Shtayyeh: “Oggi è morta la solidarietà araba”.  Eau e Bahrein continuano a sostenere che da questa nuova posizione potranno avere più influenza su Israele, come ha dimostrato la sospensione dell’annessione di parte della Cisgiordania, conditio sine qua non posta dai Paesi del Golfo per procedere con l’istituzione dei rapporti diplomatici. I palestinesi non ci credono.Devono smetterla di giocare la carta palestinese quando stanno solo facendo i loro interessi, nell’illusione che un’alleanza con Israele li proteggerebbe dall’Iran”, ha detto ieri in un’intervista a Repubblica Saeb Erekat, segretario generale dell’Olp e storico capo negoziatore dell’Anp. Con ogni probabilità la strategia palestinese si cristallizzerà quando sarà noto chi sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca. 

Decenni di relazioni sottobanco tra lo Stato ebraico e i Paesi arabi sunniti sono stati resi pubblici il 13 agosto con la dichiarazione degli Emirati, che ha riscosso l’approvazione di diversi leader sunniti – accomunati nell’opposizione all’asse sciita- definendolo “un passo verso il raggiungimento di un Medio Oriente di pace”, tra cui spicca il sostegno del presidente egiziano Al Sisi. La Lega Araba ha persino rifiutato di appoggiare una risoluzione palestinese in cui si chiedeva la condanna degli Emirati. Dopo meno di un mese, anche il Bahrain si è unito. Ieri alla Casa Bianca Trump ha detto che “altri 5 Paesi seguiranno, compresa l’Arabia Saudita ‘al momento opportuno'”. Il fatto che Riad abbia permesso ai voli israeliani di sorvolare il proprio spazio aereo per raggiungere gli Emirati e altre destinazioni in Oriente, è un segnale non di poco conto in questo senso. 

L’Oman, il cui ambasciatore negli USA era in prima fila alla cerimonia, è dato da tutti come il prossimo, e potrebbe essere una questione di giorni. C’è chi parla poi del Sudan e del Marocco, dopo che è stata annunciata una linea aerea diretta Tel Aviv – Casablanca. Già oggi esiste de facto una sorta di normalizzazione con il Paese magrebino: centinaia di migliaia di israeliani visitano ogni anno il Marocco grazie a un permesso speciale concesso dal Re, che onora il fatto che il suo Paese ha storicamente ospitato una delle comunità ebraiche più grandi del mondo arabo (oltre 250,000 ebrei marocchini emigrarono o scapparono in Israele con la fondazione dello Stato. A oggi sono rimasti in Marocco circa 2,500 ebrei). E pure dal Libano si fanno sentire voci di approvazione: il giornalista libanese Nadim Koteich ha scritto su Asharq Al-Awsat che “il Libano dovrebbe essere il prossimo Paese a fare la pace con Israele”, per ripudiare Hezbollah aggregandosi all’asse anti-iraniano in Medio Oriente.
 
La velocità con cui tutto ciò sta avvenendo ha a che fare con la data più importante per gli assetti mondiali, le elezioni presidenziali del 3 novembre. Trump sta puntando molto sulla carta mediorientale, sul prestigio per aver introdotto nuovi assetti diplomatici dopo quasi trent’anni – gli accordi Israele-Giordania sono del 1994 – e soprattutto sul rimpatrio di diverse truppe americane dislocate nell’area. Non è da escludere che i prossimi 48 giorni potrebbero riservare altre sorprese su questo fronte.  



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