La guerra delle fake news diffuse da un esercito di teenager (pro-Trump)

La guerra delle fake news diffuse da un esercito di teenager (pro-Trump)

16 settembre 2020 – 09:45

Dietro la nuova ondata di «bufale» social sul coronavirus o sul voto postale, un esercito di minorenni profumatamente pagati. Chi c’è dietro? I giovani repubblicani di Turning Point

di Massimo Gaggi

Voto Usa, la guerra delle fake news diffuse da un esercito di teenager (pro-Trump)Voto Usa, la guerra delle fake news diffuse da un esercito di teenager (pro-Trump)

Quattro anni fa Facebook e le altre reti sociali si fecero involontariamente megafono di attacchi elettorali basati su disinformazione e calunnie, diffuse dagli hacker della Internet Research Agency di San Pietroburgo, collegati ai servizi segreti russi o da «cani sciolti», come un gruppo di ragazzi macedoni, che avevano trovato il modo di fare soldi insultando Hillary Clinton. Da allora i social network hanno predisposto una serie di barriere elettroniche per cercare di evitare il ripetersi di questi attacchi dall’esterno. Nei giorni scorsi l’FBI ha scoperto nuove trame di provenienza russa che l’Amministrazione Trump ha minimizzato: preferisce puntare i riflettori contro Pechino anziché contro Mosca, ma comunque al momento non ci so o prove di un’offensiva massiccia, anche se i federali ritengono che quella che hanno scoperto sia solo la punta dell’iceberg.

Ora, però, emerge un altro caso di disinformazione di portata più vasta: ondate di post nei quali si sostiene, ad esempio, che i dati sulle vittime da coronavirus sono gonfiati, o che il voto postale è una truffa come dimostrerebbe il fatto che nelle ultime quattro elezioni sarebbero andate smarrite 28 milioni di schede inviate per posta (informazione priva di fonamento secondo fonti ufficiali).

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A differenza di quanto accaduto quattro anni fa, però, stavolta a diffondere le false notizie in rete non sono stati dei robot che fingono di essere utenti in carne ed ossa, ma un esercito di ragazzi, spesso minorenni, assoldati da Turning Point Action, braccio operativo di Turning Point USA, un’associazione di giovani repubblicani basata a Phoenix, in Arizona e diretta da Charlie Kirk, un attivista nolto vicino a Donald Trump, ripreso più volte a fianco del presidente.

Una vicenda imbarazzante per i repubblicani che avevano affidato proprio a Kirk il discorso di apertura della recente convention del partito. Il meccanismo è quello dei troll, ma il ricorso a persone reali pagate per saturare la rete di messaggi ha consentito a questo attacco politico digitale di sfuggire alla sorveglianza delle reti sociali. Quando, ieri sera, il Washington Post ha denunciato il caso, Twitter ha immediatamente sospeso alcune decine di account per «manipolazione della piattaforma»: alcuni di questi ragazzi hanno diffuso, dietro lauto compenso, 4500 messaggi identici. Anche le altre reti sociali si sono messe a setacciare le loro piattaforme a caccia di illeciti.

Scoperta, l’organizzazione dei giovani repubblicani si è difesa sostenendo che quello denunciato dalla stampa è solo un caso di «genuino attivismo politico di gente in carne ed ossa». Per gli analisti è, invece, la prova che quest’anno le tecniche «russe» di manipolazione della campagna sono state adottate da soggetti interni che possono usarle su larga scala aggirando le barriere erette dai social media contro gli attacchi stranieri.

16 settembre 2020 (modifica il 16 settembre 2020 | 09:46)

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