Marche in bilico, il Pd punta sul sindaco «rockabilly» contro il candidato di Meloni

Marche in bilico, il Pd punta sul sindaco «rockabilly» contro il candidato di Meloni

«Per non perdere le Marche ci vorrebbe un miracolo», alza lo sguardo a Palazzo Chigi il dirigente dem che combatte contro la destra «a mani nude». E quel miracolo atteso e invocato ha un nome e un cognome: «Se Giuseppe Conte negli ultimi giorni si fa sentire, un po’ di voto di opinione lo sposta. Il Pd apprezzerebbe molto e infatti glielo abbiamo chiesto». Per un quarto di secolo i marchigiani nell’urna hanno barrato simboli di centrosinistra. Ma adesso nella terra di santi, musicisti e poeti che ha dato i natali a Maria Goretti, Gioacchino Rossini e Giacomo Leopardi, soffia forte il vento del cambiamento. Matteo Salvini si è messo in testa di «fare la storia». Vuole la Lega primo partito della regione, bussa «casa per casa, testa per testa, negozio per negozio» a caccia di marchigiani «sfiduciati arrabbiati incazzati delusi». E si è convinto che sì, «nelle Marche si vince». Il predestinato all’impresa non è un leghista, bensì, per dirla con gli avversari, «il figlioccio di Giorgia Meloni».

Francesco Acquaroli, il deputato che 5 anni fa fu battuto da Luca Ceriscioli, è stato bollato dai dem come «impresentabile» per via dell’ormai nota «cena fascista» di Acquasanta Terme, alla quale giura di aver partecipato a sua insaputa: «La vicenda mi ha imbarazzato molto, non sapevo che fosse per la Marcia su Roma e non avevo visto il menù. Non ho nostalgie fasciste, ho nostalgia del futuro». Il candidato di Fratelli d’Italia era partito con venti punti di vantaggio e, se pure il margine si è ridotto, sarebbe ancora avanti a tutti. Ecco perché i dem pregano che «Giuseppi» da qui a domenica batta un colpo per Maurizio Mangialardi, il sindaco di Senigallia che si è immolato per il centrosinistra unito, con Italia viva ma senza 5 Stelle. «La partita è apertissima e si gioca per pochi voti — fa scongiuri Matteo Ricci, primo cittadino di Pesaro —. Chi porta a votare i suoi e un po’ di voto grillino, vince». La grande incognita, ai tempi di Covid, è l’affluenza. E quanti elettori volteranno le spalle a Gian Mario Mercorelli del M5S, sedotti dallo slogan «chi vuol votare Conte vota Mangialardi». Parole che l’aspirante governatore è solito illustrare in soldoni: «Dei 209 miliardi di euro del Recovery fund, almeno 8 saranno a disposizione delle Marche per cambiare la storia». Insomma, Mangialardi per ribaltare i pronostici deve annientare i 5 Stelle (il partito con cui il Pd governa a livello nazionale) e incassare un sostegno esplicito del capo del governo: il quale però, per favorire il voto utile, dovrebbe escludere dalla corsa Mercorelli, espresso dall’altra gamba della maggioranza giallorossa…

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Il solito pasticcio innescato dalla incapacità di Pd e M5S di unire le forze sul territorio, col rischio di consegnare al centrodestra compatto la penultima roccaforte del Nazareno. «Io sono lontano dalla politica nazionale e i sondaggi nemmeno li guardo — corre dritto alla meta Acquaroli —. Se vinco non sarà una rottura, ma una normale alternanza democratica e Giorgia sarà contenta». Meno felici, è ovvio, saranno Zingaretti, Sassoli, Bonaccini, Provenzano, Gualtieri, Ascani, Morani, Fassino, De Micheli, Renzi e tutti gli altri «big» del centrosinistra impegnati in questa staffetta quasi disperata. «È durissima — confida un ministro —. Se finisce 3 a 3 sarà solo per un miracolo, altrimenti saranno cavoli amari». Dove l’auspicato pareggio include Puglia, Toscana e Campania ed esclude Veneto, Liguria e Marche. «Possiamo farcela, perché la sinistra ha smesso da tempo di governare questa regione — soffia sul vento a favore Giorgia Meloni —. Non hanno fatto nulla per superare l’isolamento infrastrutturale, la ricostruzione post sisma è praticamente ferma e le imprese sono state lasciate da sole ad affrontare la crisi». Eppure Mangialardi strizza l’ochio ai grillini votando sì al referendum e mostra di crederci: «Piacione io? Diciamo che piaccio, sono stato sindaco e presidente Anci Marche per dieci anni». Smentisce che le aziende abbiano voltato le spalle al Pd e si sente in rimonta: «È un dato di fatto».

Merito dei toni forti che gli ha suggerito lo spin doctor di Bonaccini, Daniel Fishman? «Più che dai toni, dipende dall’attenzione che l’opinione poni ai programmi in prossimità del voto — risponde Mangialardi —. E quando si parla del futuro delle Marche non c’è storia, il nostro progetto è più attrattivo del lugubre sovranismo della destra. Sarà un testa a testa, fino all’ultimo voto». Si è sentito sostenuto dal Pd? E da Conte? «Il governo e il centrosinistra tengono alle Marche e faranno di tutto affinché non cadano nelle mani di un nostalgico della Marcia su Roma». Parole come pietre, dopo una campagna tutta giocata sul fair play per accarezzare l’indole moderata dei marchigiani. Fishman definiva Acquaroli «gentile, per bene, perfino timido» e il candidato di FdI lodava l’avversario, forse per quello stile rockabilly che fa tanto anni ’50: «Mangialardi? È simpatico». Affettuosità del passato. Ora il candidato del centrosinistra chiude le porte in faccia ai leghisti («I longobardi nelle Marche vengano solo in vacanza») e il Carroccio accusa Mangialardi di essere preda di «deliri pre-elettorali». Lunedì il verdetto, con Giorgia Meloni che già pregusta il brindisi.

15 settembre 2020 (modifica il 15 settembre 2020 | 22:53)

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