Pensioni, Ape sociale estesa anche ai lavoratori fragili a rischio Covid

Pensioni, Ape sociale estesa anche ai lavoratori fragili a rischio Covid

ROMA – I lavoratori fragili a rischio Covid potranno andare in pensione prima nel 2021 – a 63 anni con 30 o 36 anni di contributi oppure a 41 anni, se precoci – chiedendo l’Ape sociale. L’ipotesi ha preso forma nell’incontro sulla previdenza tra la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo (M5S) e i sindacati. Una novità che si accompagna ad una conferma: Ape sociale e Opzione donna saranno prorogati di un anno, a tutto il 2021.

Cgil, Cisl e Uil hanno chiesto però di “fare un tagliando” all’Ape sociale, l’indennità ponte a carico dello Stato che consente ad alcune categorie di lavoratori – senza lavoro, invalidi al 74%, precoci, care-givers – di anticipare la pensione, fino al raggiungimento dei requisiti per l’uscita per vecchiaia o anzianità. Il meccanismo non ha sempre funzionato bene, dal 2017 ad oggi. Lasciando ad esempio fuori i disoccupati di lunga durata o quelli che non hanno diritto alla Naspi.

Ecco dunque la proposta: allargare il bacino dei beneficiari. Fino a ricomprendervi una nuova categoria, emersa con prepotenza nei mesi della pandemia: quella dei lavoratori fragili a rischio Covid. Ovvero quanti – seppur non invalidi al 74% – soffrono di patologie (tumori, immunodeficienze, malattie cardio-vascolari, etc) tali da essere potenzialmente esposti alle conseguenze peggiori, se infettati da Sars-Cov-2. Rimangono tutti gli altri requisiti: almeno 63 anni di età e 30 o 36 anni di contributi a secondo dei casi. Oppure i 41 anni per i lavoratori precoci che hanno iniziato da minorenni (devono avere almeno 1 anno di contributi prima dei 19 anni).

I dettagli – platea e costi della misura – saranno studiati da 4 tavoli tecnici ministero-sindacati convocati nei prossimi giorni. L’obiettivo è quello di aprire l’ombrello dell’Ape sociale anche sui lavoratori fragili e i disoccupati privi di Naspi. Di assicurare a chi ha inziato a lavorare molto presto – prima dei 18 anni, i cosiddetti “precoci” – di uscire con 41 anni di contributi e un assegno non troppo basso. Ma anche di ritoccare la normativa dei contratti di espansione, estendendoli anche alle aziende sotto i 1.000 dipendenti. Uno strumento in più per tamponare lo tsunami occupazionale, quando a fine anno scadrà lo stop ai licenziamenti.

La revisione di questa normativa andrebbe inquadrata anche in chiave di ricambio o staffetta generazionale: si anticipa la pensione dei lavoratori, previo accordo sindacale, in cambio dell’assunzione di giovani. Ad esempio 3 anni di anticipo, di cui due coperti da Naspi e uno pagato dall’azienda, magari incentivato. Questa misura ha buone probabilità di finire nella legge di bilancio del 15 ottobre.

Ecco dunque i 4 tavoli tecnici:
– Ape sociale, Opzione donna, lavoratori precoci, esodati
– contratti di espansione e isopensione
– previdenza complementare
– rivalutazione delle pensioni in essere

Reazioni soddisfatte dei sindacati. “Le prime risposte del governo sono positive, ora ci aspettiamo impegni precisi”, commenta Roberto Ghiselli, segretario confederale Cgil. “È imbarazzante il ritardo nell’istituzione delle due commissioni volute dal governo Gentiloni nel 2017: una per separare previdenza e assistenza e l’altra per individuare le mansioni gravose e usuranti”, nota però Domenico Proietti, segretario confederale Uil. “La ministra ha confermato che Quota 100 non verrà toccata fino alla scadenza naturale nel 2021, né verranno introdotti meccanismi penalizzanti”, aggiunge Ignazio Ganga, segretario confederale Cisl. “Ma se ne parlerà nell’incontro del 25 settembre”.



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