Sars-CoV-2 e gli altri 4 coronavirus Come funziona l’immunità

Sars-CoV-2 e gli altri 4 coronavirus Come funziona l’immunità

16 settembre 2020 – 18:28

Le nuove reinfezioni sono frequenti (in media dopo un anno) ma gli anticorpi intervengono ma non sappiamo ancora se il nuovo coronavirus si comporta allo stesso modo

di Cristina Marrone

Sars-CoV-2 e gli altri 4 coronavirus Come funziona l'immunitàSars-CoV-2 e gli altri 4 coronavirus Come funziona l'immunità

Una questione cruciale che resta ancora irrisolta nella pandemia da coronavirus è la durata dell’immunità acquisita. Da più studi sta emergendo che l’immunità protettiva contro Sars-CoV2 può essere di breve durata. Uno studio interessante è stato appena pubblicato su Nature Medicine e questa volta ha indagato gli altri quattro coronavirus umani in circolazione. Che cosa ha scoperto lo studio? La reinfezione (che significa nuovo contatto con il virus e non per forza nuova malattia)con lo stesso coronavirus stagionale si è verificata frequentemente, circa un anno dopo l’infezione iniziale. In alcuni casi le reinfezioni si sono verificate già a sei mesi e nove mesi (mai nei primi tre mesi). «I risultati dello studio suggeriscono – scrivono gli autori dell’Università di Amsterdam – che è necessario fare attenzione quando si fa affidamento a politiche che si basano sull’immunità a lungo termine, come la vaccinazione o l’infezione naturale per raggiungere l’immunità di gregge». Altri studi hanno dimostrato che i livelli di anticorpi neutralizzanti Sars-CoV-2 diminuiscono entro i primi mesi dopo l’infezione, specialmente dopo una malattia lieve. Una diminuzione simile è stata osservata negli anticorpi degli altri coronavirus stagionali. Gli autori hanno ipotizzato che le caratteristiche condivise da questi coronavirus potrebbero essere rappresentative di tutti i coronavirus umani, incluso Sars-CoV-2.

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La ricerca è un «caso studio» perché si tratta di numeri piccoli, ma estremamente significativi per i temi perché dieci soggetti sani sono stati monitorati per 35 anni. Il gruppo di Lia van der Hoek, virologa, direttrice del Dipartimento di Microbiologia dell’Università di Amsterdam ha esaminato quattro ceppi di coronavirus stagionale umano – HCoV-NL63, HCoV-229E, HCoV-OC43 e HCoV-HKU1 – che causano infezioni del tratto respiratorio. Per scoprire la frequenza con cui si verificano le infezioni stagionali da coronavirus, gli autori hanno analizzato un totale di 513 campioni di siero raccolti a intervalli regolari dagli anni ’80 da dieci maschi adulti sani ad Amsterdam. Gli autori hanno misurato gli aumenti degli anticorpi contro la proteina nucleocapside – un’abbondante proteina del coronavirus – per ogni coronavirus stagionale. Un aumento degli anticorpi è stato considerato come segnale di una nuova infezione. Hanno osservato da 3 a 17 infezioni da coronavirus per paziente, con tempi di reinfezione compresi tra 6 e 105 mesi. Le reinfezioni sono state osservate frequentemente a 12 mesi dopo quella iniziale. Gli autori hanno anche scoperto che i campioni di sangue raccolti nei Paesi Bassi nei mesi di giugno, luglio, agosto e settembre avevano il più basso tasso di infezioni per tutti e quattro i coronavirus stagionali, il che indica una maggiore frequenza di infezioni in inverno nei Paesi temperati. Gli stessi autori segnalano il limite di non essere stati in grado di identificare la variazione del ceppo sui coronavirus, il che potrebbe svolgere un ruolo nella suscettibilità alla reinfezione.

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Il ruolo dei linfociti T

È vero però che il rilevamento di anticorpi specifici non è l’unico elemento su cui si basa la possibilità di essere protetti da una successiva reinfezione e recenti studi scientifici sono concordi nel ritenere che il test anticorpale tende a sottovalutare l’immunità in quanto non considera il ruolo delle cellule T e la loro capacità di identificare e distruggere le cellule infette. Una ricerca del Karolinska Institutet di Stoccolma (Svezia) ha mostrato che molte persone malate di Covid-19 in modo lieve o asintomatico — e che dunque non si sono, in moltissimi casi, mai rese conto di aver contratto la malattia — hanno sviluppato la cosiddetta «immunità mediata da cellule T» al nuovo coronavirus, anche se non risultano positivi agli anticorpi nei test sierologici. Una conferma a questa ipotesi arriva da uno studio condotto da scienziati della Duke-NUS Medical School. Il lavoro è stato recentemente pubblicato su Nature e ha rilevato la presenza di cellule T della memoria contro SARS-CoV-2 in oltre il 50% dei soggetti considerati. Alcune persone che avevano contratto la SARS nel 2003 presentavano a 17 anni di distanza una risposta immunitaria basata sulle T cells, ma anche la metà dei soggetti (19 su 37) che nel corso della loro vita avevano contratto solo i coronavirus del raffreddore manifestavano le cellule T specifiche contro SARS-CoV-2.

Come funziona il sistema immunitario

Il nostro sistema immunitario funziona in questo modo: c’è un primo contatto con virus, a questo punto partono i linfociti con produzione di anticorpi di classe M, che forniscono una risposta immediata e durano pochissimo, poi cominciano ad arrivare le immunoglobuline di tipo G che sono quelle che danno le immunità che in alcuni permangono anche a distanza di alcuni mesi e in altri cominciano a decrescere. «Non è però una cosa preoccupante, ma l’importante che si sia sviluppata la memoria immunologica a carico dei linfociti T rassicura Pierangelo Clerici, presidente dell’ Associazione Microbiologi Clinici Italiani e della Federazione Italiana Società Scientifiche di Laboratorio-. La reinfezione in questi casi non ci allarma perché se il virus entra e gli anticorpi vengono prodotti grazie alla memoria immunologica e non si va incontro alla patologia perché non si sviluppa o non si esprime in modo così violento dal momento che il virus viene bloccato»

Il nuovo coronavirus si comporta come gli altri?

Ma il nuovo coronavirus si comporta come gli altri? La memoria immunologica consente di evitare la malattia con l’immediata produzione di anticorpi. Ma oggi non abbiamo dati in merito a Sars-CoV-2 . Si contano sulle dita di una mano i casi accertati di reinfezione, ancora meno di persone che si sono ri ammalate. «E di queste paradossalmente non abbiamo il dato anticorpale di memoria immunologica» conclude Clerici.

16 settembre 2020 (modifica il 16 settembre 2020 | 19:37)

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