Torre dei piloti di Genova, la sfida vinta di Adele: «La morte di mio figlio avrà un senso»

C on coraggio, cuore e tenacia Adele ha vinto la sua battaglia. Di fronte aveva i giganti del porto di Genova, Capitaneria, Marina, i ministeri delle Infrastrutture e della Difesa e pure la stessa Procura che in un primo tempo avrebbe voluto chiuderla con un’archiviazione. Il giudice ha invece deciso che ha ragione lei, Adele Chiello, la sessantaquattrenne pensionata di Milazzo capace di far emergere con le sue denunce le responsabilità dello Stato rispetto al crollo della Torre Piloti di Genova. Era la sera del 7 maggio 2013quando il cargo Jolly Nero della compagnia Messina urtò la torre causando la morte di nove persone. Fra questi suo figlio, Giuseppe Tusa, 30 anni, militare della Capitaneria. Chiuso il processo principale con la condanna dei responsabili dell’equipaggio della nave, il giudice di Genova ha ora inflitto nuove pene a chi avrebbe dovuto mettere in sicurezza la torre, considerata troppo vicina alla banchina. Altre sette condanne, fra cui quella dell’ex comandante della Capitaneria, accolte da Adele Chiello con una certa commozione.

Soddisfatta, signora?
«È stata una grande emozione. Dopo sette anni di omertà, di omissioni, di muri di gomma, finalmente una sentenza coraggiosa che tocca le istituzioni, i piani alti. Giuseppe era un militare, io l’avevo consegnato a 18 anni nelle mani dello Stato pensando che fossero mani sicure e me l’hanno restituito in una cassa di legno. E non per un semplice incidente. Mi creda, nessun sentimento di vendetta per mio figlio. Lui non c’è più, è sottoterra e non ha bisogno di nulla. Ma che almeno la sua morte e quella degli altri otto sia di monito per chi mette il profitto davanti alla sicurezza. E per chi, istituzioni, politici, in nome del potere e del Pil si gira spesso dall’altra parte quando crolla un ponte, una strada, una montagna, una torre. Eh no, ho detto io, prima viene la vita e va protetta».

Tutto è nato da un suo esposto e poi da un’opposizione a una richiesta di archiviazione del pm. Si è sentita sola?
«Un po’ sì, soprattutto nei momenti in cui non vedevo spiragli. Ma l’amore per mio figlio mi ha dato molta forza. Ho girato l’Italia per sette anni per capire cosa c’era dietro anche alle altre stragi: Viareggio, Vajont, il deragliamento in Puglia, il ponte Morandi, il militare Nasta precipitato dalla Vespucci, l’amianto nelle navi. La storia si ripete e io ho detto: vado avanti perché sono nel giusto. Non bisogna avere paura e non bisogna scendere a compromessi. Penso che solo così le cose possano cambiare».

Lei vive in Sicilia, non dev’essere stato semplice andare in giro per l’Italia ed essere presente al processo di Genova…
«L’ho potuto fare giusto perché sono in pensione (era operatore sociosanitario, ndr), vedova e non ho più figli piccoli: 1.400 chilometri ad ogni udienza e non ne ho mancata una. E poi gli altri viaggi. Ma è mai possibile che venga fatta giustizia solo perché un privato insiste? Pensi che il pm che aveva chiesto l’archiviazione ieri si è scusato con me. Eppure la verità era sotto gli occhi di tutti… per tirarla fuori ho dovuto cambiare pure tre avvocati».

Perché?
«Uno non voleva scontrarsi con la Procura, un altro non voleva che parlassi con i giornalisti… Loro cercavano di trattare con la controparte. No, mi spiace, io non baratto la vita di mio figlio con il denaro».


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