Uber vuole sbarcare a Bologna

Uber vuole sbarcare a Bologna

Bologna potrebbe essere la prima grande città italiana a tenere a battesimo lo sbarco della piattaforma Uber, il sistema che mette direttamente in rapporto l’autista e il cliente per mezzo di un’applicazione del telefonino. La trattativa è in corso con la cooperativa Cosepuri che raccoglie 180 auto blu a noleggio con conducente. Stando a ciò che trapela, il dialogo tra l’azienda bolognese e il colosso americano che opera in tutto il mondo, sarebbe in stato abbastanza avanzato e in procinto di definire tutti i dettagli.

Se l’accordo andasse in porto, il mondo del trasporto bolognese verrebbe sconvolto e la costellazione di cooperative che lo compongono, dai taxi allo stesso noleggio con conducente, correrebbe seri rischi. Non è la prima volta che Uber tenta lo sbarco in Italia. Ci aveva provato già a Milano battezzando la capitale economica d’Italia come la città più adatta al business della società di San Francisco.

Ma una sentenza del tribunale bloccò tutto perché non consentì che si operasse nel mondo del trasporto senza una licenza. La piattaforma, infatti, in molti Paesi lavora con semplici possessori di auto che si mettono a disposizione per trasportare persone.

A Bologna, la strategia è invece differente. Qui Uber ha scelto una società che già lavora e ha come soci autisti professionisti con regolare licenza. A essi viene offerto un pacchetto garantito di corse mensili gestite dalla piattaforma con tariffe stabilite: una cifra a corsa da luogo a luogo, per esempio dall’aeroporto alla stazione Centrale o da questa alla Fiera, più una percentuale che va alla piattaforma. Agendo così con personale regolare attraverso un accordo commerciale, verrebbe superato l’ostacolo che aveva fermato l’ingresso sul mercato milanese.

Non è un caso che Uber arrivi in questo momento di profonda crisi per il trasporto persone causata dal Covid. I taxisti lavorano solo 15 giorni al mese per assenza di richieste e il noleggio con conducente è messo anche peggio. Ecco, quindi, che per garantire un po’ di lavoro agli autisti, giunge l’offerta della multinazionale pronta a fornire un po’ di ossigeno a chi è stremato dall’assenza di lavoro.

Ma l’arrivo del colosso spaventa chi già opera a Bologna che diverrebbe la città apripista per la regione e l’Italia in nome della concorrenza. Il timore è che questa volta Davide non sconfigga Golia come del resto non accade quasi mai nella competizione mercantile. Tradotto, significa che, vista la potenza e i mezzi che possiede Uber, la mediazione diretta cliente-autista tramite la piattaforma, svuoti del tutto le coperative e le fagociti mettendo a rischio il posto dei circa 200 dipendenti.

Per questo si sono già tenuti alcuni incontri tra i responsabili della Lega e delle cooperative con i vertici di Cosepuri nel tentativo di scongiurare il matrimonio con la multinazionale. Una cooperativa come Saca che lavora in appalto anche con Tper, aveva già declinato le offerte di Uber avvertendo la minaccia.

«Di solito Uber interviene là dove c’è scarsa organizzazione nel trasporto, ma Bologna è un modello che si è imposto in tutt’Italia» spiega Riccardo Carboni, presidente di Cotabo, la più grande cooperativa di taxi bolognese. «Quello dell’intermediazione diretta è un metodo che non ha mai portato benefici ai lavoratori e lo abbiamo visto coi fattorini in bicicletta. Se vuoi comprimere i costi e fare fatturato o aumenti le tariffe al cliente o riduci i diritti dei lavoratori. Per questo non vediamo di buon occhio l’eventuale arrivo di Uber. Certo è — conclude Carboni — che Cosepuri è un’azienda autonoma e fa ciò che vuole». E ancora più drastico Daniele Passini, socio-dirigente di Saca: «Quella che propone Uber è una soluzione che non ci piace perché presuppone lo smantellamento di un sistema che finora ha funzionato e creato valore».



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