Usa, blocco dell’import dallo Xinjiang per protesta contro lo sfruttamento degli uiguri

Usa, blocco dell’import dallo Xinjiang per protesta contro lo sfruttamento degli uiguri

L’Europa che chiede alla Cina di lasciar entrare degli osservatori nella provincia. Gli Stati Uniti che restringono le importazioni di prodotti locali denunciando l’utilizzo di lavoro forzato. Si alza il livello di pressione internazionale su Pechino per lo Xinjiang, dove in nome della lotta all’estremismo le autorità cinesi stanno portando avanti una campagna di rieducazione forzata della minoranza musulmana degli uiguri. Ma le iniziative di Stati Uniti ed Europa appaiono ancora prudenti, frenate dal timore di alzare la tensione con la Cina per una questione che, al di là delle dichiarazioni di principio, non viene percepita come prioritaria nelle agende bilaterali.

Le restrizioni al commercio introdotte lunedì dagli Stati Uniti per esempio sono molto meno dure di quelle che alcuni osservatori si attendevano. Colpiscono l’importazione di vestiti, parrucche e beni tecnologici prodotti in Xinjiang da una manciata di società che secondo Washington utilizzano lavoro forzato. Gli ufficiali delle dogane americane hanno ora la possibilità di bloccare e distruggere quei beni. Non si tratta però di un vero e proprio bando sul cotone (un quinto della produzione globale) e i pomodori provenienti dalla provincia, misura che era stata ipotizzata nei giorni scorsi.

Il governo americano non la esclude, ma sta svolgendo un supplemento di analisi per capirne l’impatto: diverse società occidentali, per esempio di vestiti, si riforniscono in Xinjiang, anche se negli ultimi mesi, vista la pressione internazionale, hanno cercato di dirottare altrove i propri acquisti. L’altro timore americano è che in caso di bando completo la Cina possa rispondere bloccando le importazioni di prodotti Usa.

Al termine del loro percorso di rieducazione in quelli che il governo cinese chiama “centri di formazione”, molti uiguri vengono assegnati a delle aziende locali per essere impiegati. Alcune Ong hanno denunciato questa pratica come lavoro forzato, visto che i cittadini non hanno possibilità di rifiutare l’impiego o di negoziare sul salario. A luglio il dipartimento del Commercio americano ha pubblicato un avvertimento rivolto alle aziende Usa, invitandole a monitorare le proprie forniture provenienti dallo Xinjiang. Alcuni funzionari comunisti considerati responsabili delle violazioni dei diritti umani, tra cui il segretario locale del Partito comunisti, sono stati sanzionati. La Cina afferma che la sua campagna rispetta i diritti dei musulmani e ha l’unico obiettivo di limitare l’estremismo. In passato alcune frange della minoranza uigura hanno organizzato attentati contro polizia e civili.

Ma se le misure adottate finora dagli Stati Uniti appaiono tenere, l’Europa ha fatto ancora meno, limitandosi di fatto alle parole. Ieri durante il vertice tra i leader Ue e il presidente cinese Xi Jinping il tema dello Xinjiang è stato sollevato in maniera critica, insieme ad altre questioni legate al rispetto dei diritti umani come la detenzione arbitraria di cittadini stranieri o la stretta su Hong Kong. Il presidente del consiglio Ue Charles Michel ha chiesto alla Cina di consentire l’accesso alla provincia a osservatori indipendenti, durante una discussione definita “molto intensa”. Pechino ha notato la pressione: oggi i media di Stato riportano le parole di Xi Jinping secondo cui “non esiste una via universale ai diritti umani” e l’Europa dovrebbe prima pensare a tutelarli al suo interno. Ma se questa è la spinta internazionale sui diritti, vista dalla Cina appare ancora gestibile.



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