Vasco Brondi: “Le canzoni sono gli anticorpi dell’anima”

Vasco Brondi: “Le canzoni sono gli anticorpi dell’anima”

Nel mezzo di un tour di concerti battezzato Talismani per tempi incerti – con tappe anche all’Arena Puccini di Bologna (il 20) e al Romaeuropa Festival (il 23) – Vasco Brondi fa il punto su questo particolare momento storico e personale. Il cantautore si racconta – in una intervista che verrà pubblicata giovedì 17 sulle pagine di Trovaroma – tra modelli di riferimento, mutazioni di progetto artistico e riflessioni sulla musica ai tempi della pandemia.  

Il titolo del tour fa direttamente riferimento a questo tempo seguìto alla prima ondata epidemica.
“Anche canzoni fatte in momenti storici diversi sono centrate per questo momento post pandemico. Per citare Lindo Ferretti periodo PGR, “Certo le circostanze non sono favorevoli. E quando mai?”…  L’idea nasce dal fatto che in questo momento storico musica e cultura passano per essere poco utili. Mentre sono indispensabili per passare i momenti di crisi e di transizione. Le canzoni – sia scriverle che sentirle – sono anticorpi, rafforzano il sistema immunitario dell’anima. Questo periodo me l’ha dimostrato e ogni sera in concerto vedo una grande potenza che si sprigiona come fosse qualcosa di taumaturgico”.

È stato tra i primi a fare concerti in streaming durante il lockdown, e proprio il primo a coniare #iosuonodacasa. A mente fredda, questo cambiamento quanto influenza l’ispirazione di un artista?
“La cosa che sento è che siamo in un’epoca molto complessa, siamo sempre più separati, siamo tutti soli in una società individualizzata. Ma questo grande evento è successo davvero a tutti. Ci ha di nuovo accumunato. Abbiamo vissuto tutti la stessa esperienza, anche se più o meno tragicamente. Oppure soltanto in maniera scomoda e noiosa”.

Quando, come e perché ha deciso di spegnere Le Luci della centrale elettrica?
“Non ricordo più quando ho preso la decisione definitiva. Di sicuro è stata una esigenza inevitabile. Sentivo che si era chiuso un cerchio. Avevo tra l’altro preparato la raccolta 2008-2018 prima ancora di immaginare di chiudere il progetto. Quando è uscito il disco ho avuto la netta sensazione che quella storia era finita. Il piano decennale era concluso. Il percorso dalla provincia al mega galattico si era compiuto”.

Dalla via Emilia alla via Lattea – appunto il titolo dell’ultimo disco targato Le Luci – ha attraversato molteplici territori sonori.
“Mi è piaciuta la libertà di sconfinare da un territorio sonoro all’altro, mischiare le chitarre elettriche con i pianoforti, le cose gridate con un trio d’archi, mi è piaciuto creare cortocircuiti, che poi sono le mie radici. Ho iniziato suonando il basso in un gruppo punk, ascoltando De Gregori di nascosto, senza dirlo agli altri della band. E ho sempre spaziato negli ascolti: CCCP e il Principe, Afterhours e Battiato…”.

A proposito del Principe, come si è sviluppata l’ammirazione per De Gregori?
“In realtà lo ascoltavo già da bambino, restando ipnotizzato. Sentivo delle parole che non erano mai state dentro le canzoni. E lui ampliava le canzoni, le faceva diventare un pozzo sempre più profondo. Anche nel modo in cui spazia nelle storie che racconta, passando dal contemporaneo a un passato lontano. Ma in definitiva le canzoni di De Gregori le vedevo come un album di fotografie”.



Fonte originale: Leggi ora la fonte

giornalissimo-redazione